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Il Genoa 2022/23/24 di Alberto Gilardino.

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E’ inconsueto, per chi scrive, partire da considerazioni esterne, anziché dalle impressioni e dai relativi tentativi di analizzare i dati utilizzando solo i propri criteri di valutazione.  Ma in questo caso, per una volta sola, non farò finta di non vedere né sentire: troppe chiacchiere e troppi luoghi comuni hanno accompagnato l’annata d’esordio – questo è un dato molto importante – di Alberto Gilardino in questa serie A che, lo ricordo, è uno sport completamente diverso dalla serie B, anche al netto delle attese molto differenti in merito al piazzamento finale in graduatoria.

Si sono sentiti molti chiacchiericci e si sono lette anche critiche sensate ma, soprattutto, tanti, troppi sproloqui che hanno in realtà definito la cifra di chi li ha partoriti: per brevità si possono riassumere tutte queste osservazioni in tre sotto-narrazioni che – ben lungi dal tener conto del fatto che l’intera compagine Genoa, dal più piccolo dei bimbi della Scuola Calcio al presidente Zangrillo e all’A.D. Blazquez, sta affrontando un percorso di crescita graduale – si sono rivelate semplicemente sbagliate.  Sbagliate al punto da porre in dubbio la buona fede di chi le ha prodotte; il calcio è opinabile come poche altre cose umane, ma travisare e capovolgere la realtà implica una qualche forma di devianza: ogni lettore può ovviamente constatare la sua preferita o ritrovarcisi o invece scegliere una sua posizione intermedia. 

Il pensiero è libero (pare): ovviamente lo è anche quello di Canale Genoa e di chi scrive.

Quali sono le tre sotto-narrazioni? 

  1. “Gilardino è un difensivista.”
  2. “Questo allenatore sbaglia le sostituzioni, e comunque le effettua sempre troppo tardi.”
  3. “La squadra gioca male, altro che mister X…” (scegliere un precedente allenatore del Genoa a piacere, tanto… giocano tutti meglio, no?)

Partiamo dal punto 1): le basi, proprio.

Apro Treccani, per cercare di capire… lo faccio spesso, quando non riesco a credere a quello che leggo.  Il portale online non prende in considerazione il lemma, né la sua variante sostantivata, cioè “difensivismo”; però alla voce dell’enciclopedia dedicata ad Annibale Frossi – Campione Olimpico nonché capocannoniere a Berlino 1936 e in seguito allenatore – si può leggere: 

«Nel dopoguerra, diventato allenatore, viene soprannominato il ‘dottor Sottile’, per le sue discusse teorie che privilegiavano il difensivismo (“la partita perfetta deve finire 0-0”).» 

Il concetto di partita perfetta di Alberto Gilardino, ne sono convintissimo, non prevede il risultato finale di 0-0.  Come lo so?  Lo so perché se l’obiettivo parziale fossero tante partite perfette, il conseguimento del vero obiettivo, quello stagionale, sarebbe impossibile. E invece il mister di Biella, alla voce “Obiettivi stagionali”, segna un clamoroso due-su-due ottenuto quasi in scioltezza.

Vediamo un po’ il perché.

Il Mister eredita la squadra dal predecessore nel giorno nefasto, il 6 dicembre 2022.  La rosa è un po’ eterogenea, non del tutto completa, ma abbastanza competitiva: nessunissima “Corazzata”, a scanso di (ricordi) equivoci, ma competitiva, per l’obiettivo stagionale, l’ormai iconico “O1Y”.  La sua esperienza più probante è la Serie C (Pro-Vercelli e Siena).

Il dualismo in porta rivela subito le idee del Genoa che verrà: Semper, ottimo tra i pali, non invulnerabile, limitato nella filosofia – prima che nella tecnica – coi piedi;  Martinez arrugginito, ma allevato fin da ragazzo a giocare la prima costruzione con i compagni. La difesa – schierata da Blessin prevalentemente a quattro – sconta un’abbondanza di centrali, un paio anche predisposti a uscire palla al piede, e una certa carenza di terzini di ruolo.  D’altra parte anche la batteria degli esterni a tutta fascia non è certo pletorica.  A centrocampo la questione è un po’ meno confusa, ma la fiducia della piazza nel giocatore cui consegnare le chiavi del gioco, Milan Badelj, non sembra proprio granitica. Davanti la situazione è un po’ più solida, anche se i rincalzi dietro a Coda e Gudmunsson non garantiscono grandi riscontri numerici.  Arriva subito il mercato di gennaio, indispensabile per compensare almeno la morìa di esterni difensivi mancini (Czyborra, Boci, Criscito e poi Haps).  Gilardino fa due conti, capisce che la squadra può rendere al massimo schierata col 3-5-2 e non perde tempo.  Spesso gli rimane un po’ di qualità a disposizione in panchina, e tendenzialmente la inserisce nei quarti d’ora finali per portarsi a casa le vittorie. 

A tal proposito rimane interessante un articolo del 22/03/2023, pubblicato a questo link: https://canalegenoa.org/il-rendimento-nel-corso-della-partita/ .

Consegnata la bacchetta a Badelj, scortato dai bodyguard Strootman & Frendrup (o Sturaro), riesce a portare il baricentro dalla prima costruzione (grazie all’affermarsi di Martinez e alle uscite ordinate, palla a terra, della parte bassa della manovra) alla zona Gudmunsson con pochi passaggi, oppure con la pazienza che serve a sbilanciare l’avversario, e al resto ci pensa il folletto Islandese, con l’aiuto di bomber Coda e il saltuario apporto realizzativo degli altri compagni. Per gli amanti del confronto tra i due Mister (considerando per uniformità anche per Gilardino le prime 15 partite giocate) i rispettivi score nella differenza reti sono 16-13 (+3) per il Tedesco e 23-6 (+17) per il Violinista di Biella.  Messaggio piuttosto netto.  Il “difensivista”!

Il Genoa è promosso in serie A con tre giornate d’anticipo, grazie a 51 punti in 23 partite, nonostante l’ininfluente sconfitta a Frosinone (l’unica della sua gestione insieme a Parma) alla penultima.

Con 37 goal fatti e 15 subìti (4 gli 0-0, 11 i “clean sheet”), con un’occupazione palla-campo decisamente propositiva, e con ben 10 goal (e 8 punti) conquistati nei quarti d’ora conclusivi nelle sue prime 15 apparizioni – non appena la qualità disponibile in panchina supera quella dell’avversario – non solo Gilardino dimostra di fare un calcio offensivo e produttivo, ma smonta anche il secondo mito che in qualche modo fa capolino nella sotto-narrazione di scettici/perfezionisti/vedove: “Sbaglia i cambi che sono comunque sempre tardivi!”.

Il Genoa risolve le partite nei quarti d’ora conclusivi se e quando grazie alla panchina è in grado di mantenere o incrementare il livello tecnico-atletico in misura maggiore degli avversari, niente di più e niente di meno.  E’ calcio, è sport di squadra: è la capacità di fare un totale che sia superiore alla somma dei singoli.  Non serve nemmeno invocare il mantra, pur sacrosanto, del: “Li allena e li vede tutti i giorni in settimana, lui.”, per capire.  Sempre ammesso di volerlo.

Arriva la sacrosanta riconferma, arriva il mercato estivo del 2023. 

Quali siano le eventuali indicazioni/richieste – e quante di queste abbiano potuto essere esaudite – è materia controversa ma irrilevante, ai fini di questo articolo.  Viene fissata la nuova parola d’ordine, da cui il mister di certo non si smarca, pur senza sbilanciarsi: “Salvezza tranquilla”.

Il mercato del Genoa è giudizioso, ma brillante, efficace.  Le lacune della rosa sono quasi tutte colmate: lasciando fuori la telenovela Zanoli/esterno destro, di fatto manca solo un vice-Retegui già all’altezza della Serie A e un mediano/mezz’ala capace di portare palla sulla trequarti, attaccando dritto per dritto verso la porta: non lo è Malinovskyi, Messias arriva fermo ai box.  Per provare a completarla bisognerà attendere gennaio.

Le cinque partite iniziali sono di assestamento: il caloroso “Benvenuti in Serie A” lo forniscono gentilmente Fiorentina, Torino e Lecce.  Sono soprattutto i goal subìti da Radonjić e Oudin a innescare le prime polemiche: “Il mister non azzecca i cambi e comunque li ritarda troppo.”

Che il Genoa abbia perso senza demeritare – e anche un po’ casualmente – dopo due ottime trasferte, che la panchina Rossoblù non sia semplicemente (più) in grado, in serie A, di mantenere o incrementare il livello tecnico-atletico in misura maggiore degli avversari – e quindi paghi proprio lo stesso dazio che in B imponeva alle rivali – sembra non interessare a nessuno.  Eppure è evidente, facile da capire.  Sempre ammesso di volerlo.

Ma Alberto Gilardino ne ha vista qualcuna, da giocatore, e non si perde d’animo.  Nemmeno un calendario davvero sfavorevole disturba più di tanto la sua marcia verso il Sacro Graal di qualsiasi neo-promossa in Serie A: i 40 punti canonici.

In tutto il girone d’andata gli si presentano solo tre partite casalinghe con avversarie della stessa fascia: Salernitana, Verona ed Empoli.  Ah già, ma non fa differenza, tanto il Mister ormai “è un difensivista”, anche se va a giocarsela a viso aperto ovunque, cercando però di portar via qualche punticino, oltre ai complimenti degli allenatori avversari. 

Ci rinfreschiamo un attimo la memoria?  Vittoria “a” Lazio, 2-2 con rimpianti, col Napoli stra-campione d’Italia, Mourinho preso a pallonate, Milan che ruba i tre punti solo alzando e schiacciando con la benedizione del VAR, pareggi a testa altissima con Juve, Inter e la rivelazione Bologna.  Ma il gusto del negativismo è più forte, e si sottolinea soprattutto qualche punto lasciato per strada: altro che Luna e dito. In ogni caso la quota 20 è centrata in pieno, anzi superata: 21 punti.  Mezzo campionato, mezza salvezza raggiunta.   Vogliamo ricordare come?  Vediamo le presenze (75+ minuti) dei giocatori offensivi più importanti?  Retegui 11 su 19, Strootman 10 su 19, Messias 10 su 19. 

Non ho altre domande, Vostro Onore.

Arriva il mercato di gennaio e finalmente, chiuso alla grande il buco lasciato da Dragusin con la strana coppia Spence/Cittadini e la promozione a titolare di Koni De Winter, un po’ di rinforzi in attacco.  Vitinha per il campo, Ankeye per la panchina.  Parte il solo Puscas.

Il girone di ritorno è un crescendo graduale, ma ininterrotto.  Gudmunsson mantiene efficienza atletica ed efficacia realizzativa, nonostante qualche prova un po’ opaca e discontinua.  Ma è proprio nel funzionamento complessivo della fase offensiva, specialmente negli inserimenti delle mezze ali, che la squadra esprime i suoi progressi più evidenti.  Il calendario offre qualche chance in più, con otto partite casalinghe abbordabili, invece delle sole tre dell’andata.  Il vero passo in avanti è però la percepibile decisione/intenzione di spostare più avanti il baricentro della squadra, anche grazie all’inserimento nei meccanismi tattici dei centrocampisti offensivi (Malinovskyi, Messias): e infatti arriveranno i goal dell’Ucraino, di Frendrup e Thorsby. E grazie alla maggiore disponibilità di attaccanti che, a cavallo tra sostituzioni e schieramenti contemporanei – talvolta persino a quasi-due-punte-e-mezza – sembrano più orientati all’attacco tout court, e finiscono di dissolvere il preteso “difensivismo” dell’allenatore.  Non vanno dimenticati i progressi in fase offensiva di giocatori come Vasquez – difensore centrale/fluidificante, un goal e sei (sei!) pali – Thorsby, Frendrup e dello stesso Ekuban.  Sempre ammesso di volerli vedere.

Il Genoa mette insieme 28 punti, settima forza del girone di ritorno, e si issa in undicesima posizione in classifica.  Restano impressi molti momenti da aspirante grande squadra: tra tutti cito i tre goal a San Siro la sera del 5 maggio, per un pareggio imposto alla seconda in classifica pur senza Bani, Malinovskyi, Messias, Gudmunsson e Vitinha. Con pochissima fortuna di più sarebbe stato già lato sinistro della classifica: così invece tocca accontentarsi di essere la miglior neopromossa del continente, con 1,289 punti a partita.  

Proprio tipico di un allenatore difensivista e che non sa fare le sostituzioni.

Per discutere della terza leggenda metropolitana, “Il Genoa gioca male.” mi riservo di tornarci su con un articolo dedicato.

Roberto “Alter Ego” Monleone

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